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mercoledì, 16 luglio 2008

Milano (16 luglio 2008) – Sarà disponibile in autunno il “libro bianco” della salute sul lavoro. Lo ha annunciato l’assessore alla Salute del Comune di Milano, Giampaolo Landi di Chiavenna, a margine di un convegno che si è svolto questa mattina a Palazzo Marino sul tema “Salute sul lavoro – Un approccio imprenditoriale”. Al dibattito, coordinato dal giornalista Andrea Franchini, sono intervenuti l’avvocato Renato Mantovani, esperto di diritto assicurativo per le problematiche di infortunistica e sicurezza sul lavoro, e Pietro Penati, medico del lavoro nonché coordinatore del servizio di sorveglianza sanitaria per la tutela della salute dei lavoratori della Regione Lombardia.
Il progetto, attualmente allo studio, sarà una vera e propria radiografia delle condizioni di salute nei luoghi di lavoro a Milano e nell’hinterland.

E’ una battaglia che va combattuta e vinta subito – ha esordito l’assessore Landi –. Sembra strano, nella nostra società moderna, dover parlare ancora di sicurezza e di salute sul lavoro. Sembrerebbero conquiste raggiunte già da decenni. Ma non è così. Il veloce mutare delle condizioni lavorative, accresciute dal fenomeno dell’immigrazione e dal comportamento non certo ortodosso di taluni imprenditori spregiudicati, hanno fatto sì che ci sia ancora molta strada da percorrere per essere soddisfatti”.

Del resto, i numeri parlano chiaro: nello scorso anno sono stati 1.300 i morti sul lavoro, il 60% dei quali nel solo nord Italia.

Ma parlare di sicurezza sul lavoro – ha detto ancora l’assessore alla Salute - significa anche tenere conto di tutto ciò che riguarda il benessere dello stato psico-fisico del lavoratore. È un concetto molto più ampio, che investe la persona nel suo complesso. Comprende anche forme di stress generate da mobbing, stalking e in generale da un cattivo rapporto con il proprio ambiente lavorativo, come l’assenza di meritocrazia, che vanno a incidere sulla produttività e sul profitto. In molti addirittura abusano di psicofarmaci per affrontare un posto di lavoro che ritengono ostile: nei soli primi sei mesi del 2008 si parla di un aumento del 12% del consumo di antidepressivi e psicolettici”.
Un'indagine conoscitiva condotta su 2000 dipendenti di 10 grosse aziende del milanese ha rilevato che nel 7% dei casi i lavoratori hanno consumato almeno una volta droghe pesanti. Molti di più però sono i consumatori di alcol e psicofarmaci. Si tratta di lavoratori dipendenti che così affrontano i disagi di ogni giorno: l'ansia da prestazione, il senso di precarietà e le pressioni del mobbing.
Il nostro Assessorato – ha aggiunto Landi - vuole assumersi l’impegno di effettuare una ‘radiografia’ dei lavoratori e del mondo del lavoro milanese per cercare di capire quali siano queste situazioni di disagio, cercarne le cause, trovare le risposte che possano risolverle”.
Si tratta di un altro passo importante – ha concluso – nel percorso intrapreso dall’Assessorato affinchè Milano diventi una città laboratorio per il benessere di chi lavora”.

 

postato da: VincenzoGreco alle ore 20:17 | link | commenti
categoria:mobbing, cronaca
giovedì, 22 maggio 2008
Il caso di Giovanna Nigris  apre il convegno dell'Università di Salerno su "Sicurezza e Mobbing". Non appena saranno disponibili gli atti del convegno i lettori del blog potranno chiederne copia.
postato da: VincenzoGreco alle ore 20:13 | link | commenti (1)
categoria:mobbing, salerno e regione
giovedì, 15 maggio 2008
L’Università di Salerno ospiterà un convegno al quale parteciperanno assessori regionali, provinciali e comunali, rappresentanti sindacali, docenti universitari e rappresentanti del mondo del lavoro  

 
Il prossimo 21 maggio si svolgerà presso l’Ateneo di Salerno il convegno sul tema: “Sicurezza e mobbing: le realtà campane a confronto”. Il convegno, finanziato dall’Università di Salerno,  è  organizzato dai Rappresentanti del Lavoratori per la Sicurezza dell’Università, figura introdotta dal D.Lvo 626/94.
I motivi del convegno sono indicati nella manchette diffusa dai sei RlS universitari (Carmine Cioffi, Nicola Giliberti,Vincenzo Greco, Pellegrino Montuori, Michele Morriello, Alfredo Volpe). “Finora questi argomenti sono stati patrimonio delle singole realtà lavorative (Università, Aziende sanitarie, Comuni, Province, aziende, ecc.) crediamo –dichiarano -  che debbano diventare patrimonio comune di tutti (lavoratori, RlS, datori di lavoro, Rspp, medici competenti, esperti ecc.); così come pensiamo sia  una  conditio sine qua non la creazione di una ‘Carta regionale’  sulla sicurezza e sul mobbing che  valga per tutti e che dovrà essere recepita nei regolamenti di  Enti e Aziende”.
Stimolante e nuova  l’idea di mettere insieme mobbing e sicurezza. “Ma non si tratta di una forzatura” precisano. I mobizzati in Italia  non sono pochi; anzi sono in continuo aumento come dimostrano i dati forniti dall’Inas che parlano di un incremento del 10% nel 2007 rispetto all’anno precedente. “Entro in una stanza piena di colleghi che, all’improvviso smettono di parlare”; ogni istante della tua giornata lavorativa viene passata al setaccio; ti costringono  a lavorare in un ufficio dove il collega fuma come un turco; ti prendono in giro per l’abbigliamento; spariscono o si rompono strumenti di lavoro”: sono comportamenti, dichiara Nicola Giliberti, tipici del mobber, cioè del collega o del capo ufficio che “esercita una forma di violenza psicologica”. Ma il mobbing  è solo uno dei tanti aspetti, forse quello meno analizzato,  del salute e sicurezza nei posti di lavoro il cui Testo Unico, recentemente approvato, rischia di subire modifiche. La questione, dice Carmine Cioffi, “è divenuto un tema centrale della politica sindacale. Il settore più a rischio continua ad essere l’edilizia seguito dall’agricoltura e dal settore metalmeccanico”.  Ma, aggiunge Cioffi, “è sbagliato pensare che la sicurezza  non riguardi il mondo della cultura: la scuola e l’università  dove, anzi, il rischio si amplifica in funzione della maggiore presenza di utenti”. In questo l’Università di Salerno ha precorso i tempi e le indicazioni contenute nello stesso Testo Unico; un lavoro di equipe tra l’Ufficio Sicurezza, l’Ufficio Tecnico e gli RlS “ha consentito- afferma Alfredo Volpel’avvio di numerosi corsi di formazione per le maestranze dei cantieri mobili; l’istallazione di pannelli informativi nei cantieri; la distribuzione di tesserini di riconoscimento”.  Ora, però, è tempo di confrontarsi. Mettere sul tavolo le varie esperienze e tentare di  giungere ad una sorta di Carta regionale  sulla sicurezza e sul mobbing che  valga per tutti e che dovrà essere recepita nei regolamenti di  Enti e Aziende. “Finora – aggiunge Volpe -questi argomenti sono stati patrimonio delle singole realtà lavorative (Università, Scuole, Aziende sanitarie, Comuni, Province, aziende, ecc.) crediamo, invece, che devono diventare patrimonio comune di tutti: lavoratori, RlS, datori di lavoro, Rspp, medici competenti, esperti ecc.”. Nutrito il numero dei relatori:  Giulia Savarese e Claudio De Giacomo, docenti dell’università di Salerno; Donata Volino, Alberto Citro e Paolo Pappone, della  Direzione Regionale Inail Campania; Corrado Gabriele, assessore al Lavoro della Regione Campania; Nicola Oddati, assessore alla cultura e sviluppo del comune di Napoli; Massimo Cariello, assessore al lavoro della provincia di Salerno; Armando Zambrano, presidente ordine ingegneri Salerno; Michele Carosello, ordine ingegneri di Avellino; Antonio Savino, segretario Nazionale Unac; Sandro Giovannelli, direttore generale Anmil; Raffaele Pascale, presidente Cpt Salerno; Antonio Lombardi, presidente Ance Salerno; Pietro Ciotti, segretario provinciale Cisl Salerno; Marialuisa Greco, dipartimento politiche sociali Uil Salerno; Mario Capunzo, Gianluca Basile e Rosario Di Leo  rispettivamente medico competente, dirigente Area VI e responsabile servizio protezione dell’Università di Salerno; Mara Malavenda, coordinamento nazionale Slai-Cobas; Lanfranco Barberini, Danilo Chiocchino, Anselmo Cirimbilli e Romeo Pippi del coordinamento nazionale Rls Università.

Il convegno, che si svolgerà nell’aula dei Consigli di Facoltà,  prevede anche, per gli studenti, la concessione di CFU.

postato da: VincenzoGreco alle ore 23:33 | link | commenti (3)
categoria:mobbing, salerno e regione
mercoledì, 19 marzo 2008
Entri in una stanza  piena di colleghi che all’improvviso smettono di parlare?  Ogni particolare  della tua giornata di lavoro viene passata al setaccio (orari di entrata e uscita, telefonate, tempo passato alla fotocopiatrice o alla macchinetta del caffè)? Ti costringono a stare in stanza con un collega  che fuma come un turco, nonostante la legge sul fumo?  Improvvisamente spariscono o si "rompono" senza che vengano sostituiti , strumenti di lavoro come telefoni, computer, lampadine? Ti prendono in giro per l’aspetto fisico o l’abbigliamento?  Sono solo alcuni dei comportamenti che caratterizzano l’attività del mobber, cioè del collega o del capo ufficio che esercita sistematicamente “una forma di violenza psicologica, sistematica duratura volta all’estromissione fisica e morale” di un dipendente  dal processo lavorativo o dall’impresa”( Ispesl). La vittima è il mobizzato, cioè colui che è il soggetto su cui rivolgere  le angherie, le persecuzioni, le umiliazioni, le offese. Sull’argomento l'Ispesl  ha pubblicato “Stress e mobbing”, volume estremamente interessante, ricco di consigli e utili strumenti di valutazione per aumentare la consapevolezza del problema.La violenza psicologica – scrivono Emanuela Fatturini e Renato Gilioli - è un fenomeno antico, presente in molti contesti lavorativi, causato dal deteriorarsi delle relazioni interpersonali e da disfunzioni organizzative. Questo comportamento è legato a molteplici fattori che, oltre a motivazioni di ordine socio-economico, comprendono atteggiamenti discriminatori basati su genere, religione, origine etnica, età, nazionalità, disabilità, cultura, orientamento sessuale ed altre forme di diversità”....L'articolo di Giovanni Greco su www.diariosette.it
postato da: VincenzoGreco alle ore 18:27 | link | commenti
categoria:mobbing
lunedì, 06 novembre 2006

Sempre più spesso, nei luoghi di lavoro,  si sente parlare di stress, mobbing, burn-out: termini diventati comuni con i quali molti dipendenti convivono. Sono quelli che, nell’accezione comune, vengono definiti i ‘nuovi rischi’. Secondo una indagine, condotta  dalla Fondazione Europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro,  il 9% dei lavoratori del vecchio continente, pari a 12 milioni di persone, è vittima di molestie psicologiche ripetute e protratte per un periodo di almeno 12 mesi.
Dati che variano da paese a Paese ma che testimoniano come il problema si sia, ormai, ramificato. In Italia i lavoratori mobizzati sono circa un milione e mezzo; mentre sarebbero 5 milioni le persone coinvolte nel fenomeno, in veste di spettatori, amici e familiari dei soggetti direttamente interessati. Un dato che, però, non tiene conto di quanti hanno paura di parlare, di esporre i fatti, di accusare il proprio ‘capo’ o i  ‘colleghi’, i cosiddetti ‘mobber’. Una situazione più ricorrente al Nord (65%) e che colpisce in misura maggiore le donne (52%) e chi lavora nella pubblica amministrazione (70%). Le categorie più esposte sono gli impiegati (79%), poi i diplomati (52%) e i laureati (24%).
Infine, dai dati Eurispes del 2003, gli impiegati più a rischio si trovano nel settore privato (63%) rispetto al pubblico (37%). Pochi i riferimenti legislativi ai quali appellarsi  tanto che i giudici devono affidarsi a norme più generiche nell’ambito del diritto del lavoro previste dalla Costituzione (artt. 32 e 41), ......L'articolo completo puoi trovarlo su www.diariosette.it

postato da: VincenzoGreco alle ore 21:06 | link | commenti
categoria:mobbing
lunedì, 28 agosto 2006

Gaetano Campisi è un maresciallo dei carabinieri in pensione. Entra nell’arma all’età di diciassette anni e dopo, il normale periodo di addestramento, viene impiegato in prima linea: antidroga a Roma, Napoli e Milano; partecipa alle indagini per la strage di piazza della Loggia a Brescia; poi  all'antimafia di Palermo; infine, entra a far parte della scorta di un magistrato. Anni di servizio vissuti con dedizione e amore per quella  che per Gaetano è una vera e propria missione. Un giorno la tegola inaspettata: una grave malattia dell'intestino, il morbo di Crohn,  lo costringe  a lasciare l'attività operativa per quella burocratica.

E’ l’inizio di un calvario inaudito.

Nel 1991 gli viene diagnostica una “rigidità dell’io”. Diagnosi, tra l’altro, contestata da due cliniche universitarie, rispettivamente quella di Siena del prof. Saulo Sirigatti e di Pisa, del prof. Pietro Sarteschi e, in terza battuta, dal prof. Arnaldo Ballerini, come consulente esterno, chiamato in causa dalla  amministrazione. Viene, quindi, ritenuto idoneo al lavoro e riammesso in servizio. Nel febbraio del 2003, nuova  visita presso l'infermeria presidiaria del Comando Regione Carabinieri a Firenze. Giudicato “non idoneo” con una prognosi di trenta giorni. “Reazione ansiosa in situazione di conflittualità” è la diagnosi riscontrata.

Ma  leggiamo cosa scrive lo stesso Campisi in un documento (che allego integralmente) inviatomi per via e-mail. Terminati i trenta giorni  fui inviato al Centro di Militare di Medicina Legale di Firenze dove la commissione medica (composta da pediatra, dermatologo, otorinolaringoiatra ecc...) mi ha trattenuto in malattia per  ‘rigidità caratteriale’ per altri due anni. Sono stato, infine, posto in congedo per un altro lungo periodo di malattia”. E’ la stessa amministrazione  che consiglia a Campisi  di consultare, attraverso l’area intranet del portale dell’Arma,  il sito dell'Ordine Nazionale degli Psicologi, “cui fare riferimento per l'individuazione di un professionista super partes”.

Campisi contatta diversi esperti. Le  risposte  non lasciano adito a fraintendimenti. “La rigidità caratteriale non è una diagnosi nè psicologico clinica né psichiatrica ma un'attribuzione che descrive alcune caratteristiche della personalità”. E c’è chi ipotizza  che si sia trattato di una situazione di conflitto esasperato e autoalimentato negli anni, in cui sono stati trasformati in diagnosi psichiatriche alcuni tratti di personalità non patologici di per sè, ma che sono apparsi tali nel contesto di rivendicazione che si è creato”. Ad ogni modo “non ci sono trattamenti terapeutici da attivare neppure di tipo psicoterapeutico”.

Lo scorso 12 maggio l’Azienda sanitaria n. 10, ambulatorio di psichiatria, pone la parola fine sulla vicenda.  Anche a nostro giudizio, il termine ‘persistente rigidità caratteriale’ , attribuito al Campisi dall'Infermeria Presidiaria della Regione dei Carabinieri della Toscana, non corrisponde nè ad una definizione psicologico - clinico, né ad una diagnosi psichiatrica. Anche a nostro parere il signor Campisi non necessita né  di cure psichiatriche, né di trattamento psicologico”.

Resta una profonda e giustificata insoddisfazione in  Campisi.“La ‘rigidità caratteriale’ diagnosticata dagli organi sanitari militari, spesso consulenti presso i Tribunali Italiani” è o non è  una patologia?; In caso affermativo a chi spetta mettere in atto tutte le cure necessarie?  A seguito di questa diagnosi, perché ho perso il mio posto di lavoro?”; per la “malattia o per quale altro motivo?”; infine, “è stata violata la legge 13 maggio 1978, n. 180, meglio conosciuta come legge Basaglia?”. Sono tutte domande alle quali nessuno, finora, ha dato una risposta. Nonostante l’impegno  di alcuni parlamentari (Elettra Deiana, Giovanni Russo Spena e Luigi Malabarba) che, negli anni, hanno presentato diverse  interrogazioni sul caso.

Sono il Maresciallo Capo dei Carabinieri in

vincenzo.greco@girodivite.it


 
postato da: VincenzoGreco alle ore 12:40 | link | commenti
categoria:mobbing
giovedì, 04 maggio 2006

Dalla semplice emarginazione alla diffusione di maldicenze; dalle continue critiche alla sistematica persecuzione; dall’assegnazione di compiti dequalificanti all’impedimento dello svolgimento del proprio lavoro; dalle ritorsioni sulle possibilità di carriera allo scarso riconoscimento delle qualità lavorative fino a giungere alla compromissione dell’immagine sociale: sono le variegate forme che il mobbing può assumere sul posto di lavoro. C’è chi sa resistere agli assalti del mobber e chi, invece, ne fa una vera e propria malattia che si manifesta sotto forma di depressione, ansia, crisi di panico e che, nei casi estremi, porta al suicidio. Secondo la prima ricerca condotta in Italia da Herald Ege il numero di lavoratori vittime di mobbing si aggira intorno ad un milione e mezzo, pari al 4% della forza lavoro, mentre sarebbero 5 milioni le persone coinvolte nel fenomeno, in veste di spettatori, amici e familiari dei soggetti direttamente interessati. Sull’argomento abbiamo ascoltato il parere di  Lucia Astore, neurologa e psichiatra forense e presidente dell’associazione Mobbing D.I.C., la prima sorta nella Regione Toscana.

Dipendenti della pubblica amministrazione, lavoratori del settore privato e, persino, militari: il mobbing ha esteso i suoi tentacoli ovunque. Come spiega questa sua improvvisa e ampia diffusione?

Il mobbing è esistito da anni anche se solo oggi è diagnosticato a livello clinico. Un ruolo fondamentale è stato svolto dai mass media, soprattutto dalla televisione, che hanno portato alla divulgazione del fenomeno. Elemento molto importante ma, al tempo stesso, rischioso.

In che senso?

Quando si parla di mobbing bisogna pensare a malversazioni in ambienti di lavoro; purtroppo la divulgazione a cui accennavo ha portato, talora, a delle confusioni diagnostiche ed interpretative. Esiste un parametro di misurazione di tipo medico che consente di poter definire lo stato di mobizzato? Noi ricorriamo sia a dei colloqui clinici, sia a dei test di personalità per autenticare il sintomo nevrotico che viene offerto. Noi stessi utilizziamo il mobber-test fatto dai nostri psicologi. E’ un test specifico che guarda alle problematiche del lavoro e allo stress conseguente a questo tipo specifico di tipologia. Praticamente dà una conferma, una garanzia che il sintomo nevrotico, ansioso depressivo, presentato dal soggetto in esame, sia in relazione all’elemento lavorativo.

Ci faccia un identikit della vittima-tipo

La vittima è una persona che ha una altissima dignità del lavoro, che tiene a se stesso e ai risultati lavorativi. E’ una persona che non vive di alibi, di sotterfugi, di situazioni per evitare il lavoro ma che si dedica completamente alla propria attività. In sostanza è quello che fa crescere l’azienda; quindi la vittima è colui che ha la dignità del lavoro. E’ un concetto universale.

…..e del mobber?

Finora tutto era finalizzato a studiare la personalità della vittima. Oggi si studia la personalità del mobber che, spesso, non è una persona forte. Una persona che crea uno stato vessatorio, anche in una strategia aziendale, è, infatti, un soggetto che ha dei problemi. Una soggetto, quindi, con una caratteristica personalità. Questo è importantissimo perché prima era sempre visto come una persona con dei limiti personologici molto precisi. Le ultime sentenze, invece, stanno approfondendo il discorso dell’indagine della personalità del mobber. Ciò significa che viene identificato come una personalità ben specifica e non generica.

In Senato vi è un disegno di legge sul mobbing, cosa cambierà in positivo rispetto alla normativa precedente?

A mio avviso ci sarà una grossa tutela per l’azienda e per il lavoratore. Quando parlo di tutela dell’azienda e del lavoratore parlo di due cose molto vicine fra di loro. L’azienda cresce automaticamente se ha dei lavoratori che sono contenti e si dedicano al lavoro con un certo profitto. In un momento in cui la disoccupazione è un fenomeno comune, una aspetto estremamente importante della nostra vita, diventa fondamentale una organizzazione efficace, e quindi la collaborazione tra datori di lavoro e persone che sono inserite nell’azienda come lavoratori. Anche la legge regionale, che tenderà ad approfondire gli aspetti preventivi del fenomeno, si inserirà in questo discorso aziendale e quindi nella crescita delle potenzialità lavorative dei soggetti.

pubblicato su: www.girodivite.it

 

postato da: VincenzoGreco alle ore 13:23 | link | commenti (1)
categoria:mobbing, cronaca, le mie interviste
giovedì, 04 maggio 2006

Giovanna Carmela Nigris è assistente amministrativo presso il reparto oftalmico del Fatebenefratelli di Milano. Ma non la troverete in ospedale perché da dieci anni è stata spesso costretta a casa da una serie di malattie invalidanti. Ora è a casa per ossigenoterapia in malattia grave riconosciuta dalla Asl Di Milano (il documento si trova nel suo sito) Il suo è un vero calvario fatto di soprusi e angherie; una vita vissuta con colleghi e superiori che, quando non avevano nei suoi confronti atteggiamenti ostili, la ridicolizzavano. Ha subito quello che oggi chiamiamo “mobbing” ma ha, anche, pagato sulla sua pelle l’aspetto più dequalificante della sanità italiana. Il silenzio che è calato intorno alla sua vicenda è giovanna Nigrisimpressionante ed al tempo stesso preoccupante. Noi, con questa intervista, tentiamo di aprire uno squarcio nella cortina dei ferro che è stata eretta intorno a Lei.

Quando ha capito di essere mobizzata?

Dieci anni fa. All’inizio credevo che fossero cose casuali; cercavo di pensare positivo e minimizzare le cose che mi accadevano. Poi quando ho visto che diventavano sempre più gravi ho capito che era mobbing.

In che modo veniva attuato nei suo confronti?

Il mio calvario è iniziato con il periodo di Mani Pulite; il mio capo ufficio fu arrestato ed io trasferita senza preavviso. Da allora ho lavorato alla accettazione dei referti presso il Fatebenefratelli.

In un ospedale.Quindi con tutte le precauzione del caso?

No, assolutamente. Ho lavorato in quel reparto senza alcuna protezione; c’erano, a volte, dei fogli bagnati di urina, di escreati o di sangue ed io , che ero una impiegata, non avevo le tutele necessarie. Non mi sono stati effettuati esami; non ho fatto alcun corso preventivo.

I sui rapporti con i colleghi?

Andavo d’accordo con tutti fino a quando ho avuto delle discussioni con una dottoressa che, per rispondere al telefono, veniva nella mia stanza con i guanti sporchi di sangue. Quando chiedevo i mezzi di protezione individuali (i cosiddetti DPI, N.d.R.) mi prendevano in giro. ‘Lei è sempre la solita polemica’ dicevano; io, invece ,sentivo che quello era un ambiente antigienico; anche perché lo constatavo de visu. Il locale era stretto, c’era la mia scrivania e due banconi per l’accettazione senza alcun vetro di protezione. Sul soffitto una ventola a pale che girando spargeva nell’aria i batteri seccati sulla scrivania.. Mi sono ammalata e da quel momento è cominciata la tragedia. La malattia è stata grave.

Si è rivolta alla Magistratura? 

Si, ho fatto una denuncia penale, ma il 6 ottobre c’è stata la prescrizione. Il primo processo fu,invece, archiviato per un timbro non apposto per errore dagli stessi uffici del tribunale. Ricordo che, in quella occasione, svenni in aula per tutta la tensione accumulata da tanti anni e per la paura di essere licenziata. In seguito il processo fu riaperto con i quattro imputati precedenti, ma poi fu come detto archiviato il 6 ottobre 2004 per prescrizione dei reati. In quest’ultima sentenza non si dice che la malattia non è dovuta a cause di servizio o che gli imputati non avessero commesso dei reati. Ora la sola speranza è la costituzione di parte civile ma bisognerebbe trovare un legale coraggioso e forte. E, francamente, credo di non avere più forze per cercarne uno come finora ho fatto.

Chi è stato il suo mobber? 

Non è stato un singolo individuo ma un insieme di persone. Ho il sospetto che tutto abbia avuto inizio con l’arresto del mio capo ufficio. Forse, allora, qualcuno pensò che io avessi visto cose che non avrei dovuto vedere. Ma ripeto è una mia supposizione.

E dopo?

Anche successivamente ci sono stati personaggi che mi deridevano quando passavo con le stampelle, mi cantavano canzoncine allusive come “Aspetta e spera” o “adesso spogliati”.

Il suo tempo è occupato da visite mediche, carte bollate e quanto altro. Ha un’idea di quando finirà questa odissea?

Non so. Pensi che sono stata sottoposta a visita collegiale il 18 agosto del 2004 e ancora attendo il verbale di visita medica. Ho chiesto l’accesso alla documentazione che mi riguardava; ma mi è stato negato al punto tale che ho dovuto richiedere l’intervento del 112. Solo con l’arrivo dei carabinieri mi è hanno invitato a presentare formale richiesta scritta per ottenere, forse, una documentazione che avrò entro trenta giorni. Sono stata riconosciuta in malattia grave dalla ASL nel marzo dello scorso anno. In agosto sono stata lasciata a stipendio “zero”; mi hanno, persino, decurtato le 600 euro di spese mediche documentate con il 730.

Qual è l’attenzione che i mass media hanno avuto per il suo problema?

Mi sono rivolta alle tre reti RAI, a Maurizio Costanzo, alle Iene, a ‘Mi manda rai tre’; ho chiesto aiuto a Massimo Boldi e a Bruno Lauzi. Ma nessuno si è degnato di una risposta. Io continuo a scrivere a tutti i giornali e a tutte le televisioni; purtroppo senza risultato. Lei è la prima persona che mi contatta.

Mobbing-sisu.it:perché un sito per parlare di un problema generale?

Il mio è un sito personale nato per un estremo tentativo di difesa. Nessuno mi aiutava e allora è nata l’idea del sito internet. Con il tempo si è sviluppata l’idea di partire dalla vicenda personale per offrire un aiuto concreto a quanti vivono lo stesso problema.

A queste persone cosa si sente di dire?

Per superare il mobbing non bisogna avere paura; gli ‘aguzzini’ giocano proprio sulla paura e sulla possibilità che la vittima ceda. Ci sono forme gravi di mobbing che possono far morire una persona nel silenzio senza che i cittadini sappiamo nulla. Sono disposta a pubblicare sul mio sito le varie esperienze personali.

A distanza di dieci anni quali sono le sue condizioni fisiche?

Ho difficoltà respiratorie ed effettuo una ossigenoterapia quotidiana; le mie difese immunitarie sono scarse a causa delle cure antitubercolari (oltre 20 mesi di chemioterapici); ho problemi neurologici alle gambe che mi hanno creato difficoltà di deambulazione; ho entrambi i menischi fratturati, ma non operabili a causa della pregressa Tbc. Ed oggi ho la febbre per cui sarò costretta ad assumere nuovamente antibiotici (cosa che debbo fare al giorno d’oggi molto spesso per le mie cagionevoli condizioni di salute). Questa è la mia situazione clinica. Giudichi lei il mio stato di salute.

pubblicato su: www.girodivite.it

 

 

postato da: VincenzoGreco alle ore 13:17 | link | commenti
categoria:mobbing, cronaca, le mie interviste
giovedì, 04 maggio 2006

Vessato, umiliato, mortificato, ridicolizzato, costretto a cambiare lavoro: in poche parole mobizzato. In Italia sono 750 mila, pari al 4,2% dei lavoratori, coloro che dichiarano di essere vittima di soprusi. Ma quanti preferiscono tacere pur di non ricorrere al giudice? Almeno il doppio. Nel 57% dei casi il mobber, colui che esercita questo potere, è il superiore, nel 30% gli stessi colleghi. Su questo argomento il Sindacato autonomo di polizia ha deciso di far piena luce con una raccolta di firme per chiedere “una indagine parlamentare conoscitiva sulle condizioni del lavoro nella Polizia di Stato”. E per capire il livello di criticità che il fenomeno ha raggiunto in questo particolare settore abbiamo raccolto le dichiarazioni di  Filippo Saltamartini , segretario generale del SAP.

Quando si parla di mobbing si fa, solitamente, riferimento agli impiegati pubblici e privati; difficilmente si pensa alle forze dell’ordine. Eppure anche tra i carabinieri e i poliziotti non è difficile trovare il mobizzato. Perché?

Il profilo dei diritti del lavoratore poliziotto è molto ristretto per il fatto che le forze dell’ordine e le forze armate non sono state privatizzate e godono di un regime pubblicistico con i superiori che esercitano un potere imperativo. Allora accade molto spesso che i diritti, che sono riconosciuti ad altre categorie professionali di lavoratori e lavoratrici, siano negati. Nonostante ci sia stata la tutela giurisdizionale da parte dei TAR del Friuli, delle Marche e di altre regioni, l’amministrazione della Pubblica Sicurezza non garantisce alle nostre colleghe, in stato di gravidanza, gli stessi diritti che hanno le altre lavoratrici della pubblica amministrazione.

Avete recentemente acquistato spazi sui maggiori quotidiani nazionali per pubblicizzare una lettera aperta ai cittadini. “Perché tutti questi suicidi”, è il titolo molto pesante che lascia trasparire un grande  disagio nelle forze dell’ordine. Quali le risposte?

Non ci sono risposte. A differenza di altre categorie del mondo del lavoro pubblico o privato, per accedere a queste professioni si deve superare il test dell’idoneità psico-fisica. Quindi all’ingresso nelle forze dell’ordine c’è una totale idoneità. L’allarme nasce dal fatto che abbiamo verificato l’esistenza di una curva di crisi tra l’11° ed il 21° anno di servizio; a cavallo di questo periodo, paradossalmente, si sono riscontrati una serie di suicidi. Se dei soggetti fisicamente e psichicamente sani dopo dieci anni di servizio, delicato ed essenziale per il Paese, rivolgono contro se stessi l’arma di cui sono in dotazione, non vi è dubbio che c’è qualcosa su cui occorre indagare. Senza voler azzardare delle ipotesi su un presunto legame tra i suicidi ed il servizio, è del tutto evidente che esistono delle concause. Abbiamo presentato alcune situazioni di crisi: la maternità; la responsabilità professionale degli autisti; la mobilità blindata.

Non è azzardato legare il lavoro dell’autista o la difficoltà a trasferirsi con una crisi psicologica?

Ci sono colleghi indagati solo per aver arrecato danni ai beni dello Stato inseguendo malviventi o rapinatori; e questo perché viene applicata una legge che non riguarda le ipotesi di intervento in servizio di emergenza. E che dire di quanti si trovano in zone assolutamente disagiate (come l’Aspromonte) per setto, otto o dieci anni mentre avrebbero diritto, dopo quattro, ad un trasferimento di sede? Riesce ad immaginare cosa può significare prestare servizio in una zona dove non c’è un bar , dove non c’è un posto ricreativo,un cinema o un teatro. Si tratta di situazioni di disagio totale; manca, quindi, un progetto di vita.

E i trattamenti umilianti?

Diventa per noi abbastanza umiliante il fatto che il nostro Paese dia ad un pentito, ad una persona che comunque ha commesso dei reati gravissimi, tra i quali l’omicidio, una retribuzione (che può giungere a 4000 euro; N.d.R.) che è pari a quella di un questore, di un generale, di un responsabile di una Provincia. Quando i nostri agenti accompagnano i pentiti ai processi non possono spendere più di venti euro per mangiare; il limite di spesa per i pentiti è, invece, di trenta euro. Tutto sommato come abbiamo detto, in modo provocatorio, forse è meglio essere pentiti che uomini delle istituzioni.”

Cosa vi aspettate dalla raccolta di firme che avete promosso? 

La petizione è l’esercizio di un diritto politico. La campagna è stata sospesa prima e durante le elezioni amministrative per evitare che potesse interferire sulla corretta valutazione del corpo elettorale. La riprenderemo nelle prossime settimane con grandi enfasi. Il nostro obiettivo è quello di raggiungere le 500 mila firme, un dato assolutamente significativo. Se, i problemi sollevati, non dovessero essere affrontati ci orienteremo verso altre scelte.

Quali?

Io non voglio anticipare nulla, ma siamo due milioni di elettori (tra familiari ed appartenenti alle forze dell’ordine) e credo che se non ci saranno risposte potremmo esercitare i diritti, attivi e passivi, che nei paesi democratici esercitano gli elettori.

pubblicato su: www.girodivite.it

 

postato da: VincenzoGreco alle ore 13:06 | link | commenti
categoria:mobbing, cronaca, le mie interviste