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"Lightmysite.it promuove il tuo blog sui motori di ricerca con Promoblog! © - fai luce sul tuo blog..." le mie interviste | Vincenzo Greco
giovedì, 04 maggio 2006

In questi ultimi mesi la situazione politica di tutta l’area del Corno d’Africa è in movimento. Sull’argomento abbiamo intervistato Michael Kidane, presidente dell’Associazione Immigrati Eritrei in Italia.

Ci puoi fare un quadro della situazione nel Corno d’Africa?

Ci troviamo di fronte a lunghissime trattative che si chiudono e crisi che potrebbero inasprirsi a breve. Se, da parte dei paesi di questa area esiste una forte necessità di chiudere le vecchie dispute, sia interne che regionali in modo di poter trovare una stabilità interna; si nota, da tempo, seppur lentamente, una politica di rioccupazione degli USA di posizioni strategiche in questa importante area geografica mondiale. Diciamo rioccupazione, perché come ben noto, dopo la fine della seconda guerra mondiale gli USA, installarono una delle più importanti basi militari di controllo della regione, ad Asmara, la capitale dell’Eritrea, poi di seguito alla metà degli anni settanta costretti ad abbandonarla durante la guerra di resistenza del movimento di liberazione eritreo.

Si è parlato della guerra in Iraq anche come una lotta per i giacimenti petroliferi. Nella Regione, quale ruolo hanno avuto e hanno le grandi compagnie petrolifere?

Negli anni ottanta la Chevron scopre importanti giacimenti di petrolio in Sudan ma, considerando il mercato del petrolio, decide a congelare tutto. Quando il governo sudanese di Sadiq Al Mahdi accennò ad una protesta venne rimosso immediatamente. La presa del potere da parte degli islamici di Turabi non era calcolata o prevista e questa ha abortito tutti i piani Chevron portando capitali ed expertise Cinesi e Malesi allo sfruttamento del petrolio nel Sudan. La Chevron fece di tutto per reinserirsi nel piano ma inutilmente. Allora si rivolse ai propri strateghi ed ai ’think tank’ della Rand Institute per preparare una politica Africana per ’Amministrazione USA. Si sa che fino a quel momento lo State Department di Powell non aveva nessuna politica Africana e non era una sua priorità. Cosi si richiama Garang (SPLA), si crea la crisi nel Darfour. Lo State Department interviene con tutte le sue forze di ricatto per far inginocchiare il governo Sudanese. L’Etiopia è sempre stata avversa ad una soluzione Somala o Eritrea che non tenga in considerazione i suoi interessi. Di nuovo intervengono i ’think tank’ e, l’Etiopia, i cui governanti di oggi sono giunti al potere grazie ad un intervento USA, che ha invitato l’ex dittatore Menghistu ad andarsene pacificamente, è "persuasa" ad accettare l’ultima pax americana per la Somalia e per l’Eritrea. Purtroppo, oggi per l’Africa non si pretende nemmeno la copertura della democrazia imposta o quella della governabilità. Per l’Africa bastano o sono necessari delle dittature che garantiscono la cosi detta stabilità che può essere utile agli scopi della Chevron. Queste dittature le si possono togliere, cambiare o destabilizzare a volontà o a necessità. Il concetto è quello di impossessarsi delle importanti risorse di questi paesi, e le dittature corrotte sono in questo momento il mezzo migliore, sono ricattabili, si possono intimidire e sono corrotti.

Il Darfur usato come arma di scambio o come deterrente?

E’ ben noto che la crisi nel Darfour è stata appositamente creata, per cercare di condizionare il governo sudanese sempre di più alle forti pressioni interventiste degli USA. Sia la regione del Darfour che quella a sud del Kourdufan, sono attualmente considerate due zone che galleggiano su un lago di petrolio.

Nello scacchiere mondiale la Cina si sta proponendo come vera seconda potenza mondiale. Anzi, secondo gli esperti, tra una decina di anni, diventerà la prima potenza economica mondiale. Qual è il ruolo di questo Paese nello scacchiere africano?

La Cina , che è uno dei tre paesi che hanno investito ingenti somme nella costruzione dell’oleodotto più importante del Sudan in cambio di acquisizione del greggio sudanese, non intende trovarsi tagliata fuori da questi rifornimenti indispensabili, per le sue industrie. Gli USA spingono che tali ricchezze entrino sotto il proprio controllo politico ed economico. Secondo alcune previsioni, gli Usa nei prossimi anni dipenderanno per il 20% del loro fabbisogno di greggio da queste regioni, è proprio per questo motivo, da tempo addestrando in alcuni paesi africani (Mali, Niger, Chad e Mauritania) delle forze militari da loro definite ‘di rapido intervento’, a garanzia di protezione dei progetti futuri di estrazione del greggio in questa area, visto che i paesi del medio oriente sono considerati ad alto rischio di guerre ed instabilità interna. Sostanzialmente, in questo momento l’obbiettivo degli americani è quello di creare una linea retta da loro controllata che parte dalla cosi detta zona disastrata del Darfour fino all’Oceano Atlantico. E’ se i loro piani di “pacificazione” della Somalia, Etiopia ed Eritrea avanzeranno, la linea diretta che va dall’oceano Indiano all’Atlantico verrebbe coronata da un successo. Ecco che la partita che si gioca sulla questione Sudan, in questo momento assume un’importanza rilevante per il futuro assetto geopolitico di tutto il Corno d’Africa.

Quale sarà il futuro dell’Eritrea e quale il ruolo dei Paesi africani?

In queste condizioni, il futuro dell’Eritrea rimane incerto. Da una parte il regime di Isayas oramai internamente in piena crisi totale ed a livello internazionale isolato, cerca di approfittare di eventuali spazi politici che trova aperti nella regione per cercare vie di uscita e garantirsi una sopravivenza, la più lunga possibile. L’invito del presidente Yemenita Abdullah Saleh ad assumersi il ruolo di mediatore sulle tensioni tra l’Eritrea e il Sudan, per Isayas e una manna che scende dal cielo, da abbracciare al volo. Ma l’iniziativa di Abdullah Saleh è frutto di una ben precisa decisone che giunge dall’altra sponda dell’Atlantico. Di fatti, dal 4 al 6 novembre ’04, con lo sponsor dell’Università di Harvard la “Belfer Center of Science an International Affairs” ed il “The World Peace Foundation”, viene svolta a Washington DC una conferenza sul tema “Examining the ‘Bastion’ of Terror: Governance and policy in Yemen and the Horn of Africa”, alla quale partecipano tre ex ambasciatori USA in Etiopia. Le indicazioni che vengono fuori da questa conferenza sono quello di “...aiutare lo Yemen ad uscire dalla cronica disoccupazione, ampliare la presenza politica nel Sudan...ecc.”. Dal canto loro, le forze di opposizione eritree, che da tempo lavorano per guadagnarsi credibilità politica nella regione, a margine del summit tenuto a Khartoum da parte dei tre paesi dell’asse, Etiopia, Yemen e Sudan lo scorso 27-28 dicembre, riescono ad avere l’opportunità di poter incontrare sia la delegazione etiopica che quella sudanese (non quella yemenita), dalle quali ricevono parole di sostegno, ma anche impegno se l’opposizione eritrea riesce ad unirsi in un’unica rappresentanza comune. In risposta, il 29 dicembre, le organizzazioni dell’opposizione eritrea si incontrano e decidono di convocare un convegno di tutta l’opposizione da tenersi nella capitale sudanese il 12 gennaio del 2005. All’interno di questo quadro, in questo momento il ruolo dell’Etiopia viene considerato dagli USA indispensabile per accelerare i tempi di realizzazione di questo piano, mentre i piccoli paesi come l’Eritrea, Gibuti, il Somaliland e la Somalia , già di per se deboli internamente per causa di governi antipopolari, sono destinati a subire le conseguenze di questi accordi fatti sulle loro teste.

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categoria:esteri, le mie interviste
giovedì, 04 maggio 2006

Da Ginevra a Roma: milleduecento chilometri percorsi a piedi per richiamare l’attenzione sulle violazioni dei diritti umani in Eritrea. E’ la singolare impresa che stanno compiendo due giovani marciatori eritrei residenti a Francoforte: Samuel e Tekle Ghebregherghis. Quella che, ormai, viene definita la “marcia più lunga del mondo” è partita il 16 giugno dal Piazzale delle Nazioni Unite di Ginevra e arriverà a Roma, presumibilmente, il 15 luglio. Alla partenza i marciatori hanno incontrato le rappresentanze ufficiali delle Nazioni Unite (Mrs. Louise Arbour, High Commissioner UNHRHC), dello Stato del Vaticano, alcune delegazioni di Parlamentari europei e il sindaco di Ginevra. 

La marcia viene regolarmente seguita da “Iwet” (“Vita”), una roulotte messa a disposizione dall’organizzazione Asper che opera per la tutela per la tutela dei diritti umani del popolo eritreo. Dopo una sosta a Castelnuovo del Garda i due continueranno in direzione Mantova, Modena con incontri culturali; sosterà a Bologna, città simbolo dell’Indipendenza Eritrea. Gli incontri culturali ed ogni altra pacifica manifestazione continueranno nelle città di Firenze, Arezzo, Orvieto e Viterbo. Il primo appuntamento a Roma sarà il Monumento del Milite Ignoto in onore degli Ascari (soldati Eritrei caduti combattendo al fianco dell’Italia). Per avere maggiori ragguagli abbiamo raggiunto, telefonicamente, Dania Avallone dell’ASPER.

Cosa spinge i due eritrei ad effettuare una lunga marcia?

Samuel e Tekle Ghebregherghis hanno ideato la marcia per attirare l’attenzione della comunità internazionale sulla tragica situazione che c’è in Eritrea. Mi riferisco alle migliaia di persone detenute nelle carceri di quel paese senza aver avuto un processo, senza aver potuto incontrare i propri familiari, senza poter contattare un avvocato.

E’ la loro prima volta?

No, non sono nuovi a queste imprese; hanno infatti già effettuato una marcia da Francoforte a Bruxelles (600 chilometri) che però non ha avuto riscontro. Hanno, quindi, pensato ad una marcia più lunga nella speranza di poter coinvolgere le Nazioni Uniti, il Parlamento Europeo. Durante il percorso verranno raccolte firme per una petizione da presentare a Papa, Benedetto XVI, e alle Nazioni Unite.

Ci sono problemi di confine fra l’Etiopia e l’Eritrea; secondo un comunicato dell’ambasciata eritrea, la comunità internazionale sostiene l’Etiopia che viene considerata come paese aggressore. Ora se questa è la situazione come potete pensare che le grandi nazioni e le organizzazioni internazionali possano intervenire sul problema da voi sollevato?

Le difficoltà tra Etiopia ed Eritrea attengono ad un altro problema che non è possibili spiegare in poche parole. La nostra è una marcia per protestare, esclusivamente, contro le torture attuate in Eritrea. Sono due argomenti diversi e ben definiti. Oltre ad esponenti politici dell’opposizione, nelle carceri ci sono semplici cittadini, giornalisti, studenti: vogliamo porre l’attenzione su questi soprusi, già denunciati nel 2004 da Amnesty International.

Il rapporto a cui lei fa riferimento è di un anno fa. Cosa è cambiato dal 2004 ad oggi?

Come si fa a saperlo senza una informazione libera, senza la possibilità di collegarsi via internet. Certamente non c’è stato alcun miglioramento. Tenga presente che, per il servizio militare, vengono reclutati ragazzini di 15 anni.

Che accoglienza ricevono i due ragazzi nelle varie soste o durante il percorso?

Siamo contenti per la solidarietà dimostrata. In Svizzera abbiamo ricevuto una calorosa accoglienza; siamo stati ricevuti dal sindaco, da una delegazione delle Nazioni Unite e abbiamo partecipato ad un incontro con i rappresentanti del Vaticano. La stampa locale e, in genere tutti i mass media, hanno dato ampie notizie della marcia. Va detto che è un cammino duro fatto per ottenere visibilità; l’obiettivo è proprio questo: far conoscere quello che sta succedendo in Eritrea.

Quando è previsto l’arrivo a Roma?

Intorno alle metà del mese di luglio. Una previsione precisa è però impossibile trattandosi di una marcia di 1200 chilometri. A Papa Benedetto XVI saranno consegnate le firme di solidarietà raccolte durante la marcia e le risoluzioni approvate nella tavola rotonda indetta dall’ASPER (Milano - 8 giugno 2005) con la preghiera di aiutare il Popolo Eritreo sensibilizzando l’opinione pubblica e le organizzazioni internazionali competenti affinché vengano rispettati i suoi Diritti Universali. Sono previste tappe giornaliere di circa 50 km per una durata di circa 25 giorni. Il sito www.dhnet-eritrawian.com darà tutte le informazioni, mano a mano che la marcia procederà; sarà aggiornato costantemente con comunicati stampa e commenti.

Chi accompagna i due ragazzi?

L’ASPER con ‘Iwet’, la roulotte dove i ragazzi dormono ma che fa, anche, da ufficio per ricevere telefonate, mandare e mail, ecc.. Poi nelle varie città ci sono altre associazioni che ci danno un supporto per l’organizzazione di incontri, visite guidate ai musei, partecipazioni a convegni. Sono previsti diversi eventi, anche musicali, ma tutto dipende dalla organizzazione delle singole associazioni che lavorano sul posto.

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categoria:esteri, le mie interviste
giovedì, 04 maggio 2006

Mentre Venezia è affollata di turisti, sommersa dal vociare di migliaia di persone, capita sovente di vedere colonne di fumo che, dalla vicina Marghera, si levano verso il cielo; ma anche i canali, che si insinuano tra le case della Serenissima, non sono più limpidi e trasparenti. E’ la laguna del XXI secolo inghiottita dal progresso che non fa sconti a nessuno, che avanza fregandosene della sicurezza di quanti vivono in quel fazzoletto di terra. L’inquinamento industriale, da un lato, e quello urbano, dall’altro, fanno della laguna una miscela altamente pericolosa. Per fare il punto della situazione abbiamo intervistato Antony Candiello, rappresentante dell’Assemblea Permanente contro il pericolo chimico.

Cacciari, in piena campagna elettorale, disse che il vero nodo di Marghera sono le bonifiche e che però non si faranno mai. Significa che i cittadini saranno condannati a convivere con il rischio?

Penso di no. In realtà il sindaco nel suo programma ha messo la questione inquinamento e bonifiche al primo posto. Certo ci sono varie difficoltà di approccio a questo problema che i rappresentanti politici devono affrontare: garantire la salute della popolazione, lo sviluppo della zona, la possibilità di occupazione e di prospettive future. Lo snodo delle bonifiche, in realtà, sta bloccando l’aera da diversi punti di vista quindi crediamo che sia nell’interesse dell’amministrazione sbloccare questo aspetto il più presto possibile.

I canali di Venezia, secondo la ricerca condotta da Insula, sono un deposito a cielo aperto: sono stati riscontrati ben 11 diversi veleni. Un disastro ambienta che però, dicono gli esperti, non è solo legato al porto di Marghera. Anzi sembra che si voglia assolvere il “mostro”. La vostra è quindi una battaglia contro i fantasmi?

No. Diciamo che ci sono diversi fenomeni. L’inquinamento dei canali era noto ma è cosa diversa dall’inquinamento che ha impattato pesantemente i canali industriali e la laguna nel suo complesso. Le questioni che riguardano l’ambiente sono spesso difficile da comprendere. Ecco perché l’Assemblea permanente opera con una certa attenzione e continua ad informarsi e ad informare affinché non si cada in posizioni troppo semplicistiche. Per i canali di navigazione interna di Venezia, la fonte di inquinamento principale non sono stati gli impianti industriali ma ciò non toglie che il fenomeno sia ampio e l’ambiente fortemente degradato.Effettivamente, quindi, le fonti di inquinamento sono diverse e bisogna sempre verificarne l’origine, acquisire una maggiore consapevolezza sulle problematiche e poi procedere per priorità.

E quali sono le priorità?

Riguardano gli interventi di recupero dell’inquinamento pregresso: bonifica dei canali, dell’inquinamento presente nei suoli in ambito industriale di Marghera e, poi, interventi sull’inquinamento dovuto agli impianti industriali e al traffico. La nostra azione intende, da un lato, creare la consapevolezza nella popolazione sui rischi che l’inquinamento comporta, e richiedere, dall’altro, all’amministrazione l’attenzione alle più elevate priorità per garantire la sicurezza e la salute dei cittadini.

“Salviamo la laguna”, la nuova associazione nata dall’impegno di diverse realtà sociali e civili, segnerà la fine dell’ Assemblea permanente?

Assolutamente no. Anzi spero che non sia questo il messaggio che viene percepito. L’Assemblea continuerà ad occuparsi delle problematiche relative all’inquinamento industriale mentre il nuovo soggetto affronterà i temi della salvaguardia della laguna veneta nei suoi aspetti peculiari. Gli aspetti ambientali del territorio veneziano, come le dicevo, sono caratterizzati da una intrinseca complessità. C’è una complessità tecnico storica che riguarda Porto Marghera, perché c’è una storia di impianti sovrappostisi con emissioni di sostanze di diverso tipo; c’è, parallelamente, una complessità delle problematiche di salvaguardia del peculiare ambiente acquatico che riguarda pezzi di fluido dinamica, di ingegneria idraulica, di protezione del territorio in senso lato e che, nello specifico, riguarda i cittadini che abitano nel centro storico e nelle isole. Solo nel momento in cui nasce un soggetto unitario forte ,con la confluenza di diverse associazioni che già adesso esistono ma in maniera separata e non coordinata, si potrà raggiungere un grande obiettivo: la consapevolezza della popolazione su queste tematiche.

Avete raccolto oltre 12 mila firme per indire il referendum cittadino contro il ciclo del cloro. A che punto è l’iter legislativo?

Le firme sono state depositate e vidimate ora si tratta di attivare la procedura che faremo, nel rispetto del regolamento comunale, ai primi di settembre. Nel frattempo la situazione non accenna a migliorare. La Dow Chemical ha, infatti, espresso la volontà di non procedere con il dimetilcarbonato; in qualche modo ha, quindi, specificato che la produzione di TDI sarà effettuata ricorrendo al fosgene. In questo modo la società ha chiuso una strada che era rimasta sostanzialmente aperta con il precedente accordo di programma del 1998.

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categoria:cronaca, le mie interviste
giovedì, 04 maggio 2006

Crisi istituzionale e crisi politica; deriva centrista e rapporto tra i due partiti socialisti: sono gli argomenti che abbiamo affrontato con il senatore Roberto Biscardini. Docente al Politecnico di Milano, Biscardini, nel 1999, è stato tra i fondatori dello SDI di cui è membro del Comitato Esecutivo Nazionali.

Sembra lontano il risultato elettorale delle regionali. Oggi dopo la sconfitta referendaria la Margherita è a rischio scissione e la leadership di Prodi sembra vacillare. Si è ancora sicuri di poter vincere la competizione elettorale del prossimo anno?

Tutte le elezioni che si sono svolte in questi quattro anni di governo di centrodestra hanno visto la compagine governativa perdere progressivamente. Interpreto questo dato come una tendenza inarrestabile a favore del successo del centrosinistra. Naturalmente non ci si può cullare su un trend elettorale favorevole; bisogna intervenire in settori specifici della vita politica ed economica del paese e misurarsi sulla grande crisi economica e finanziaria. Il successo del centrosinistra sarà più sicuro quando riusciremo a far capire agli italiani che vincere è necessario per imprimere al paese un profondo cambiamento. Per questo è necessario un progetto di grande innovazione per affrontare i temi più urgenti. Primo, il potere d’acquisto dei salari e degli stipendi dei lavoratori si sta sempre più indebolendo a fronte di un sistema di protezioni della struttura finanziaria ed industriale che non favorisce la liberazione di energie economiche nuove. Secondo, non possiamo continuare ad ammettere una fascia troppo elevata di lavoro precario.

Per risollevare il paese dalla recessione, oltre all’impegno sul potere d’acquisto dei salari, quali riforme strutturali dovrebbero essere poste in essere?

La crisi, come ho detto prima, è più evidente sul terreno economico e finanziario ma viviamo anche una grave crisi politica ed istituzionale. Questo governo aveva iniziato il suo corso promettendo significative riforme costituzionali e il federalismo, ma arriviamo alla fine della legislatura con un progetto di riforma indecente, che non risolve nessuno dei problemi sul tappeto e che non mette al centro il tema della modernizzazione dello Stato, per organizzare uno Stato in grado di rispondere, in modo più efficace, ai bisogni del cittadino. Ma c’è anche la crisi del sistema politico dovuta al fatto che dopo dodici anni di cosiddetta seconda repubblica ci troviamo di fronte a un sistema di partiti molto fragile, poco ancorati a grandi tradizioni politiche, quindi portatori di valori e ideali deboli e spesso anche confusi.

Questo cosa può comportare?

Con un sistema politico fragile può succedere di tutto: che si rafforzino le spinte localistiche e populiste (al nord la Lega non cala e al sud, come è accaduto a Catania, ci sono segnali nuovi in questa direzione. E nel caso del recente referendum chi lo ha sostenuto non è riuscito a portare più del 25% di elettori a votare e chi era contrario non ha avuto il coraggio di esprimersi a viso aperto ma si è nascosto dietro l’astensione. Questo segna la debolezza complessiva della destra e della sinistra.

La Cei , nel recente referendum, è scesa pesantemente in campo: i portoni delle chiese erano addobbati in modo strano con manifesti che invitavano all’astensione. C’è il pericolo di una involuzione politica? Del ritorno ad un grande centro cos’ì come sembra volere Tabacci dell’UDC o lo stesso Berlusconi con gli inviti a Rutelli?

Il centrismo più pericoloso non è quello che può nascere per iniziativa politica ma è proprio quello che potrebbe esprimere la Chiesa. Di fronte alla debolezza dei partiti, gli unici che si sono dimostrati capaci di essere presenti in modo articolato sul territorio sono stati i movimenti vicini alla Chiesa e alla Conferenza episcopale. Non credo che le iniziative che caratterizzano la politica dell’Udc sia quelle a favore di una maggiore autonomia della Margherita, si possano classificare come centriste. D’altra parte, tutto il sistema politico ha un problema oggi non risolvibile, stante il fatto che abbiamo una legge elettorale che obbliga i due schieramenti ad unirsi con le proprie ali estreme. Mi riferisco all’esigenza di dare al Paese, sia sul versante del centrodestra che su quello di centrosinistra, una guida con cultura di governo sempre più forte. Una guida che faccia riferimento al riformismo socialista e liberaldemocratico a sinistra e, dall’altra parte, più riconducibile ai movimenti liberali e moderati della destra europea. Purtroppo sul nostro versante pesa ancora, come un incubo, lo scontro di posizioni con la sinistra più radicale (non dimentichiamoci la fine del governo Prodi nella scorsa legislatura) e dall’altra, nel centrodestra, pesano come un macigno le posizioni innaturali e anacronistiche della Lega.

C’è chi, nel Nuovo PSI di De Michelis lavora per creare una lista laica e autonomista per le politiche del 2006. E’ una strada praticabile?

E’ una strada percorribile e personalmente auspicabile, a condizione che ciò avvenga nell’ambito del centrosinistra. L’ipotesi del rafforzamento della componente riformista, che non è solo quella socialista ma anche cattolica e liberaldemocratica, passa attraverso la riproposizione dell’unità dei socialisti. A distanza di dodici anni dalle elezioni del 1994, la cosiddetta diaspora socialista può essere superata e non tanto per dar vita ad una sorta di rimpatriata di vecchi socialisti ma per riaprire nel paese la questione socialista e socialdemocratica. Come in tutti i Paesi europei, anche in Italia non può nascere una forza riformista senza una grande componente socialista che in qualche modo la rappresenta. Un forza socialista che guarda al futuro e non al passato.

La Lega , con il federalismo e il referendum sull’euro, è la spina nel fianco della coalizione di centro destra; Rifondazione comunista, con la patrimoniale che spesso ritorna negli interventi di Bertinotti, appare un grimaldello capace di far saltare la coalizione di centro sinistra. Come pensate di poter governare il paese?

I pericoli maggiori che possono venire da Rifondazione non sono tanto sulle questioni di merito o di programma ma sulla sua capacità o meno di comprendere il valore dell’azione di governo che si sostanzia in modo efficace attraverso l’adozione di riforme necessariamente progressive. Il percolo viene dalla sua cultura di opposizione, mentre sulle politiche sono più ottimista perché il riformismo socialista non è di destra e quindi può trovare delle intese con le proposte di Rifondazione. Faccio un esempio: se Rifondazione chiede subito l’applicazione della patrimoniale, l’intesa non la troviamo; ma se giudico ingiusto che i lavoratori paghino il 30% di tasse sui loro stipendi mentre le rendite finanziarie sono tassate solo del 12%, allora con Rifondazione si può incominciare a discutere.

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categoria:politica, le mie interviste
giovedì, 04 maggio 2006

Il Bel Paese è in stato comatoso ed il “ministro Siniscalco appare come un medico - afferma Villetti dello Sdi - che fa una diagnosi senza” poter prescrivere una “medicina efficace”. L’ultima retromarcia inserita dal governo riguarda la decisione di spostare al 2006 l’intervento sull’Irap. Una scelta che ha lasciato scontenti i vertici di Confindustria ma, anche, qualche componente della maggioranza. 

Ma c’era da aspettarselo perché, secondo Tabacci, presidente della Commissione Attività Produttive della Camera, “non sono stati affrontati i nodi e cioè le coperture reali e l’equilibrio dei conti pubblici. Alla fine è chiaro che la montagna non può che partorire il topolino”. E, riferendosi ai recenti dati Istat sul calo del pil, aggiunge: “dal 1996 abbiamo perso quote di mercato e, guarda caso, questo riguarda due governi diversi: forse dunque è un problema non tanto di colore dei governi, quanto di profondità dell’azione sulle vicende strutturali del Paese”. Per uscire da questa situazione rischiosa tutti devono fare la propria parte senza confusione di ruoli. Anche l’opposizione che Michele Salvati, dalle pagine del Corriere della Sera (Prodi e la recessione, la ricetta va indicata ora, 14 maggio 2005), invita ad “una critica costruttiva, com’è quella che valuta gli atti di governo alla luce di un proprio programma, di ciò che farebbe se fosse al governo oggi”. Su questi argomenti abbiamo raccolto le dichiarazioni di Luigi Marino, membro della Commissione Bilancio del Senato.

Il Consiglio dei Ministri ha annunciato che interverrà sull’IRAP a partire dal 2006. Qual è la sua posizione?

Si tratta dell’ennesima promessa non mantenuta. Ma il problema è molto più complesso. Sin dall’inizio il governo Berlusconi ha elargito regali fiscali non funzionali a nessun obiettivo. Mi riferisco, non solo alla caterva di condoni e sanatorie fiscali, ma, in particolare, a due scelte effettuate all’inizio della legislatura. La prima, collocabile nei primi famosi 100 giorni, con la quale fu totalmente abolita l’imposta di successione e donazione che era stata, di fatto, già ridotta, dell’80% per le famiglie a medio e a basso reddito. Un regalo, quindi, a quel 20% di famiglie già ricche. La seconda è la decisione di insistere con la Tremonti bis che ha assorbito tantissime risorse senza che le agevolazioni fiscali venissero indirizzate verso i problemi grossi come quelli della competitività, della ricerca, dell’innovazione tecnologica. Nell’attuale contesto sono, invece, la condizione imprescindibile per affrontare meglio i problemi della concorrenza internazionale e quindi della competitività del sistema Italia che è andato sempre più scemando. Sin dall’inizio abbiamo denunciato questa situazione; oggi, anche giornali come “ La Repubblica ” e “Il sole 24 ore” insistono sul fatto che le scelte, in materia fiscale, fatte dal governo Berlusconi sono risultate fallaci. Tenga presente che questa Legislatura è iniziata con un avanzo primario pari al 5,3% che si è andato riducendo sempre di più. Le misure attuate dalla compagine governativa hanno, progressivamente, dilapidato un risparmio sulla spesa per gli interessi, sul servizio di debito pubblico pari a 80 mila miliardi, annui, di vecchie lire.

Avete perplessità sulla riduzione dell’IRAP?

Vede, l’IRAP incide direttamente sui bilanci delle regioni ed in particolare sull’assistenza anitaria,sull’assistenza pubblica. Se non si provvede diversamente come faranno le Regioni a sostenere una sanità che costa e che in un paese civile non può che costare sempre di più? Ma anche a voler mantenere gli attuali costi come potranno le Regioni recuperare diversamente quello che perderanno?

E’ comunque una operazione che saremo costretti ad effettuare e, allora, come sostituire i 33 miliardi di gettito provenienti dall’IRAP?

Con la lotta all’evasione fiscale. Anche se va detto che mentre la perdita dell’IRAP è un fatto immediato per le Regioni, i risultati della lotta all’evasione costituiscono un introito che non sappiamo né quando né in che misura ci sarà. Resta il fatto che la lotta all’evasione, a partire dalla stessa Ici, acquista un significato etico, un valore morale perché da quattro/cinque anni non c’è stata alcuna lotta contro coloro che sfuggono alle maglie del fisco. Chi ha dato non può continuare a svenarsi. Oggi i ceti medi arrancano ed è basso il potere d’acquisto dei salari, degli stipendi e delle pensioni.

Colpa dell’euro?

No, assolutamente. Le responsabilità vanno ricercate nel mancato monitoraggio dell’aumento dei prezzi e delle tariffe, nel mancato controllo dei fenomeni speculativi che ci sono stati dopo l’introduzione dell’euro. Coloro che hanno sofferto in questi anni, comprese ampie fasce del ceto medio, non possono fare ulteriori sacrifici. Così come il governo non può chiedere ulteriori sacrifici al Mezzogiorno, né scaricare la sua incapacità sui servizi pubblici , e in particolare sulla sanità, riducendo gli introiti che servono a reggere il servizio sanitario nazionale. Non si può pensare di risolvere i problemi attaccando quello che è uno dei cardini importanti del welfare.

In un contesto così critico come vede la campagna per il referendum sull’euro lanciata dalla Lega?

E’ assolutamente risibile. Qui si sottovaluta un fatto fondamentale. Con la lira ad ogni svalutazione della valuta subentrava una svalutazione del potere d’acquisto dei salari, degli stipendi e delle pensioni. La Lega segue i suoi obiettivi demagogici ma l’abbandono dell’euro sarebbe una sciagura per l’Italia. Basti considerare che le materie prime, a cominciare dal petrolio, le acquistiamo con l’euro, che con l’euro si è ridotto il costo del denaro e quindi l’inflazione che con la lira era a due cifre. Una qualsiasi adozione di misure in termini protezionistici porterebbe indietro di decenni le lancette dell’orologio. Lo sviluppo del nostro paese non può che essere integrato a livello europeo.

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categoria:economia, le mie interviste
giovedì, 04 maggio 2006

Fa ancora discutere il “Libro Bianco” presentato dall’Unac: militari in zone di guerra senza adeguate protezioni; aumentano i casi di linfoma di Hodgkin; poligoni di tiro in cui vengono usati proiettili all’uranio impoverito; feti malformati. Ma il Ministero della Difesa nega tutto; anche l’evidenza. Sulla vicenda è al lavoro una Commissione del Senato presieduta dal leghista Paolo Franco. Con Luigi Malabarba, segretario della Commissione, abbiamo affrontato la spinosa questione.

Senatore Malabarba, a che punto sono i lavori della commissione?

Sin dall’inizio ci sono stati ritardi dovuti agli ostacoli frapposti da Forza Italia, partito del ministro della Difesa; adesso abbiamo avviato quattro audizione abbastanza significative. La prima è stata quella del Ministro Martino, l’ultima quella dell’associazione ANAVAF (Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle Forze Armate e famiglie dei caduti), dell’ammiraglio Falco Accade, che ha portato un dossier di 400 pagine con moltissimi allegati che si riferiscono ad una attività lunghissima di documentazione basata su fatti molto concreti. La documentazione relativa alla condizione dei singoli militari ammalati non ha pretese scientifiche; risalendo, però, da queste vicende concrete ad elementi di carattere generale si dimostra che le tesi, ancora oggi sostenuta dal Ministero della Difesa, non sono attendibili.

Lei ha spesso attaccato l’operato del governo e il dossier presentato dal Ministro nella parte in cui si dichiara che non c’è certezza tra tumori e utilizzo di proiettili all’uranio impoverito. Su cosa fonda la sua accusa?

Innanzitutto il Ministro va ben oltre quanto la stessa commissione Mandelli aveva appurato. Nelle tre relazioni della commissione, istituita dal precedente governo di centro sinistra, si lascia spazio al dubbio: non si dimostra una cosa ma neanche il suo contrario. Il Ministro Martino, invece, senza apportare nessun altro elemento significativo è arrivato, sostanzialmente, alla conclusione che l’uranio impoverito non è responsabile delle patologie riscontrate nei militari. Una affermazione che va oltre una acquisizione parzialissima della Commissione Mandelli e, che ,soprattutto, non rimette in discussione l’elemento di maggior debolezza di quella commissione.

A quale elemento si riferisce?

I limiti riguardavano proprio le rilevazioni statistiche compiute nel teatro balcanico; queste tenevano conto di tutta la zona senza evidenziare quelle bombardate con uranio impoverito. Si è ‘spalmata’ l’indagine su un territorio molto vasto e su un numero di persone numerose. Anche i militari in missione non si sono trovati in condizioni identiche tra loro: un conto è rimanere un giorno nei Balcani, un altro è che la permanenza duri per diversi mesi; diversa è la situazione tra chi è stato nelle zone bombardate e chi è stato in zone non colpite. Non analizzare queste differenze significa vanificare il lavoro svolto. Il Ministro Martino di fronte a tutte le osservazione rivolte nel corso di questi anni non ha voluto prendere in considerazione questo dato. Una delle ragioni per cui è stata istituita la commissione di inchiesta è proprio questa: bisogna enucleare le situazioni per capire quali sono le connessioni con le varie patologie.

Che ci può dire dell’aiuto offerto ai militari malati?

E’ questo un elemento particolarmente sgradevole e le testimonianze dei militari sono assolutamente forti. Si dice che, da parte delle varie armi e dal Ministero della Difesa, viene fornita un’assistenza sanitaria, morale e un riconoscimento economico a tutti i militari che sono colpiti. L’intervento dello Stato, invece, avviene esclusivamente quando ci sono cause vinte dai militari contro il Ministero della Difesa. C’è una continua violazione della legge che prevede un contributo economico( 50 milioni, cifra stabilita negli anni ’70 e che quindi andrebbe rivalutata) per coloro che durante il servizio hanno avuto delle particolari patologie, indipendentemente dal fatto che siano state procurate dall’uranio impoverito. Eppure i caduti a Nassiriya , morti per un’autobomba e non per contaminazione chimica o biologica, hanno avuto un riconoscimento di 400 milioni per ciascuna famiglia. Perché una simile discriminazione?.

Si parla spesso del rischio dei militari in missione ma l’uranio impoverito è utilizzato anche nei poligoni di tiro. C’è una possibilità che a casa nostra si possa evitare l’utilizzo di questo materiale?

Le protezioni che, dopo un periodo di esposizione totale, sono state garantite ai nostri militari in missione non vengono consegnate a chi è di stanza nei poligoni. Ciò accade perché si nega che, nei poligoni italiani, ci siano proiettili all’uranio impoverito. Il Ministro Martino e il Direttore sanitario militare hanno ribadito che non vengono utilizzati, né sono stoccati, proiettili all’uranio impoverito. La falsità di questa affermazione la dimostreremo nel momento opportuno portando delle prove inconfutabili; la conseguenza è che, sia il personale militare sia la popolazione civile che vive nelle vicinanze di questi insediamenti militari, sono completamente esposti. Alcune zone sarde (ma il discorso vale anche per altri poligoni militari) sono ritenute, come risulta da documentazioni militari, non più bonificabili; e, badi bene, non si tratta del deserto del Nevada, dove si effettuano gli esperimenti nucleari, ma di zone abitate dove nascono bambini deformati.

E i risultati commissionati all’Università di Pisa?

Anche in questo caso i risultati dell’indagine condotta dall’Università di Pisa, e presentati dal sottosegretario alla Difesa Cicu, lasciano il tempo che trovano perché non si può monitorare un territorio di 135 Km quadrati con delle attrezzature che misuravano appena 10 centimetri. La rilevazione andava fatta in settori circostanziati e con strumenti adeguati, individuando le zone dei bersagli. Le malformazioni riscontrate in quella zona (Perdas de Fogu e Salto di Quirra nel comune di Villaputzu) non possono essere riconducibili ad una miniera in disuso e al tasso di arsenico presente. E’ un’offesa all’intelligenza umana.

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categoria:cronaca, le mie interviste, uranio impoverito
giovedì, 04 maggio 2006

E’ dal 1996- scrive Luca Poma, portavoce della campagna ‘Giù le mani dai bambini’ - che si parla di ‘delirio da Ritalin’ nei campus universitari, e dal 1995 ad oggi il numero di ragazzi all’estero che ricorrono a cure di pronto soccorso per abuso di Ritalin è in ascesa esponenziale e, comunque, sono immensamente superiori ai casi di abuso di ogni altro stimolante della medesima tabella farmaceutica”. Un argomento sul quale abbiamo speso fiumi di inchiostro e che sarà oggetto di dibattito nella conferenza che si terrà a Torino il 28 maggio. Il pericolo non è di poco conto e se prima era circoscritto oggi è “la nuova emergenza sanitaria”; “è la droga - si legge sulla rivista NewsWeek - preferita nel campus, facile da reperire e a basso costo, che gli studenti non considerano pericolosa”. Ne discutiamo con il dottor Claudio Ajmone, psicologo clinico e presidente onorario dell’Osservatorio Italiano Salute Mentale.

L’ADHD è il disturbo più comune diagnosticato tra i bambini in età scolare. Siamo in presenza di una nuova malattia?

Alcuni dati supportano la tesi che si tratti di una malattia inesistente: ci sono una sessantina di correlazioni, tra patologie mediche, psicopatologie, situazioni sfavorevoli quali l’inquinamento ambientale, problemi legati all’alimentazione, alla gravidanza, all’uso delle nuove tecnologie quali i videogiochi, la TV , i computer, che possono mimare l’ADHD raggiungendo i criteri diagnostici; il 75% dei bambini con diagnosi di ADHD ha comorbilità con altre psicopatologie; più una sindrome si sovrappone ad altre sindromi meno probabile è che essa esista; non vi sono ricerche scientifiche che dimostrino la base biologica genotipica o fenotipica. Se fosse veramente una malattia, sarebbe diagnosticata con test di laboratorio medico, come tutte le vere malattie, e non con colloqui clinici e questionari compilati da insegnanti e genitori. La visione che le ho appena esposto è all’interno del “Consensus Internazionale: ADHD e abuso nella prescrizione di psicofarmaci ai minori” che la campagna nazionale “Giù le Mani dai Bambini” ha lanciato quattro mesi fa e di cui sono il coordinatore. Benchè le sottoscrizioni tra gli esperti non siano terminate i risultati sono già molto significativi (come testimonia la tabella che pubblichiamo a lato, N.d.R.).

Si parla del Registro Nazionale ADHD - dove dovrebbero essere schedati tutti i minori in cura con metilfenidato (Ritalin) - e dell’apertura dei centri regionali per la somministrazione del farmaco. Qual’è la sua posizione?

Il portavoce nazionale della campagna GLMDB dott. Luca Poma, ha espresso il suo dissenso in un condivisibile documento. Lo Stato si è assunto la responsabilità di legittimare una malattia la cui esistenza non è provata, per la quale il manuale diagnostico dell’APA rimarca nel DSM-IV che: « ... non vi sono test di laboratorio confermati come diagnostici per il Disturbo del Deficit d’Attenzione/Iperattività.» In aggiunta non vi sono garanzie sulla diagnosi differenziale in merito ai disturbi correlati che mimano l’ADHD. Nemmeno in America i bambini sono sottoposti ad uno screening preventivo atto ad evitare questi errori diagnostici che sono molto diffusi.

L’Agenzia Europea per il Farmaco (EMEA) ha terminato gli studi relativi agli psicofarmaci “di nuova generazione” ed ha inibito l’uso corrente su bambini ed adolescenti. Alla luce di questa decisione ci saranno ripercussioni sull’uso e sulla commercializzazione del Ritalin?

Questa è una domanda che andrebbe posta al Ministro della Sanità che deve pronunciarsi in merito dando disposizioni non ambigue com’è avvenuto con la Paroxetina. L ’importante presa di posizione dell’EMEA è del 25 Aprile 2005, ci sono dei tempi tecnici ammissibili, resto nell’attesa di sapere quali disposizioni emanerà il nostro Ministro. Si tenga conto che l’EMEA recita “The European Medicines Agency has completed its review of two classes of antidepressants and concluded that they should not be used in children and adolescents except in their approvedindications.” L’uso del condizionale non è un buon indicatore di tutela dei pazienti.

L’insegnante che vuole avere una classe fatta da tanti "piccoli lord"; i genitori che, strressati dall’ufficio, seguono poco e male il proprio figlio; l’industria farmaceutica che fa affari d’oro: un triangolo difficile da scardinare. Qual’è la percentuale di responsabilità? E come rompere il cerchio?

Capire i problemi è fondamentale. I bambini d’oggi sono diversi da quelli delle precedenti generazioni, da loro ci si aspetta comportamenti e prestazioni che non sono più realistici. Ricerche recenti hanno evidenziato che la fruibilità di videogiochi, computer, televisione, hanno modifica i circuiti neurali dei bambini condizionandoli a modalità diverse di percepire, reagire e apprendere. La scuola e la famiglia non hanno ancora preso coscienza di questa realtà. Gestire la disciplina è il problema più sentito in tutto il mondo scolastico. La soppressione dei tradizionali strumenti punitivi non è stata accompagnata dalla messa in atto di nuove modalità per risolvere questo problema. Alcune, come la riduzione del numero degli alunni per classe, sono semplici come sforzo concettuale ma troppo costose sul piano economico per lo Stato. Ripensare la scuola e la qualità della vita in generale è una responsabilità degli adulti. Poiché non hanno il coraggio di affrontare questa loro responsabilità, si sono liberati di essa scaricando sui bambini la colpa di tutto ciò. Le case farmaceutiche stanno sfruttando l’incapacità delle forze sociali a gestire i problemi dei bambini per vendere i loro farmaci, li ammantano di proprietà curative che non hanno e nascondono i veri rischi che la loro assunzione comporta. Le responsabilità sono diffuse e a livelli diversi di coinvolgimento. Per rompere questo cerchio bisogna dare a tutti le vere informazioni e avere poi il coraggio di discuterne seriamente. Alla fine dubito che debbano essere i bambini a cambiare, sono gli adulti a doverlo fare, ognuno per quanto gli compete. Di tutto questo se ne discuterà il 28 maggio in una conferenza organizzata a Torino da GLMDB, i dettagli sono sul portale della campagna, per chi è interessato.

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categoria:cronaca, le mie interviste, abuso psicofarmaci
giovedì, 04 maggio 2006

L’Unione industriale biellese chiede che la Commissione europea introduca l’obbligo di indicare il paese di produzione ‘made in...’ su tutti i prodotto circolanti in Europa dovunque prodotti. Siamo in pochi a batterci” ; è quanto ripete una voce al centralino dell’associazione. Una dimostrazione dell’impegno dell’associazione biellese sul versante della lotta alla contraffazione; un tentativo originale per far comprendere, a tutti, quanto possa essere dannosa la vendita di prodotti “firmati” commercializzati a prezzi normali. Un grido d’allarme che mal si sposa con le “musiche”, più o meno note, dei centralini di altre associazioni categoriali. Forse perché gli industriali biellesi hanno una maggiore sensibilità? Forse perché sono maggiormente esposti al rischio? Lo abbiamo chiesto a Alberto Brocca, Direttore dell’Unione Industriale Biellese. “Secondo l’opinione convinta, e non presuntuosa, della nostra associazione - esordisce Brocca - il problema della contraffazione visto nell’ottica della globalizzazione produttiva, non è una questione che interessi solo l’industria biellese ma il futuro di tutto il settore manifatturiero europeo. Cioè se l’Europa non consentirà al consumatore di poter decifrare, attraverso un marchio veritiero, dove è stato prodotto quel tal manufatto, l’acquirente non sarà davvero libero di scegliere".

Può essere più chiaro?

Gran parte della contraffazione deriva dalla carenza in Europa di una norma sulla obbligatorietà del ‘Made in’. Sul mercato italiano vengono riversati quantità straordinarie di capi di abbigliamento con etichetti ingannevoli. Con la legislazione vigente, per esempio, posso scrivere ‘Mariella italian style’ ma, facendo così, induco in errore il compratore. Il compratore, infatti, quando vede scritto ‘Mariella italian style’ è indotto a pensare che si tratti di qualcosa made in Italy. Invece non lo è affatto.

La contraffazione chi danneggia maggiormente?

E’ danneggiato, gravemente, il consumatore, così come sono danneggiati i lavoratori e gli imprenditori che lavorano nella manifattura italiana. Perché il mercato è uno e se vendo io non vendi tu. Il concetto di fondo che ci anima è che il made in Italy è un bene importantissimo per il nostro paese. Nel secolo scorso migliaia di piccoli imprenditori, con una grande capacità, hanno portato in giro per il mondo prodotti che effettivamente, nel novecento, erano made in Italy, fatti in Italia. Oggi con l’esplosione della globalizzazione produttiva; con l’esplosione del pianeta Cina, che vuole diventare la più grande officina manifatturiera del mondo, se non si obbliga chi vende i prodotti a dire dove sono stati fatti è il caos. Il consumatore non sa più chi ha prodotto quell’abbigliamento e non è in grado di esercitare un diritto di scelta.

Non mi dirà che tutto il discorso si riduce al solito ritornello dei prodotti italiani geniali ed artistici?

Non solo. Il consumatore deve poter scegliere tra un prodotto fatto in un paese, e non mi riferisco solo all’Italia, dove si rispettano i contratti di lavoro, si rispetta l’ambiente, si rispetta la salute del consumatore e un prodotto al prezzo più basso in assoluto. Fondamentale è una piena libertà di scelta che presuppone una conoscenza. E siccome fare industria A Biella, in Italia ed in Europa costa, indubbiamente, di più che farla in altre parti del mondo, il consumatore deve sapere che il prodotto che si accinge ad acquistare non è fatto in Italia, in Germania o in Polonia ma, per esempio, in India. Se non ha queste informazioni è sottoposto all’inganno.

Lei ha fatto riferimento alla Cina che pare voglia rinunciare al braccio di ferro con l’Europa. Ma il pericolo viene solo da quel Paese o, anche, da altre nazioni?

Il problema è principalmente cinese; ma quando parliamo di regole ci riferiamo a qualcosa che valga per tutti: anche per il produttore italiano. Le regole sono belle perché devono essere rispettate da tutti. Detto questo aggiungo che,oggi, in termini quantitativi, il problema è soprattutto, come hanno dimostrato le statistiche raccolte dall’Unione Europea, proveniente da quel Paese. Ma la normativa che reclamiamo ha una valenza generale; tra l’altro è in vigore negli USA dal 1930, in Giappone dal 1962, e dal 2005 persino in Cina.

Aumento delle contraffazioni e delocalizzazione produttiva: c’è un nesso?

Si. La globalizzazione produttiva comporta la possibilità di scelta da parte dell’intraprendenza di collocare nel posto più conveniente qualsiasi produzione. Questo fatto implica in sé potenzialità dannose per la contraffazione.

E’ quantificabile il danno per l’industria biellese; e qual è il settore più colpito?

C’è un numero che le dà l’idea precisa del problema. Dal 2001 ad oggi il distretto tessile biellese ha perso 5000 posti di lavoro e il 18% del proprio fatturato. Sono numeri incontestabili.

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categoria:economia, le mie interviste
giovedì, 04 maggio 2006

Vostro figlio non ascolta chi parla? Si lascia distrarre facilmente da stimoli poco importanti? In classe lascia il posto invece di rimanere seduto? Non riesce a stare in silenzio e parla come se fosse una mitragliatrice in azione? Ha l’ADHD, una patologia che, secondo le stime del Ministero della Salute, colpisce il 4% dei ragazzi. E, allora? Arriva la prescrizione di Ritalin, il medicinale commercializzato dalla Novartis. Il numero di bambini sottoposti a cure antidepressive è aumentato, negli USA, di oltre il 500% fra il 1999 e il 2003.

Antidepressivi e antipsicotici costituiscono due delle quattro categorie in testa alle vendite medicinali. In Germania è largamente prescritto da medici e pediatri che ne autorizzano l’uso per 13,5 milioni di dosi al giorno. Anche la Svizzera non fa eccezione; tra il 1996 ed il 2000, nel Cantone di Neuchatel, il numero di prescrizioni di metilfenidato è aumentato del 690%. E in Italia? Nel nostro Paese il Ritalin, messo fuori commercio, tra il 1989 e il 2003, torna ad essere commercializzato. Anzi nella scorsa settimana si è svolta, presso l’Istituto Superiore della Sanità, una riunione per definire le linee guida ministeriali che porteranno alla istituzione del Registro Nazionale ADHD. Saranno, così, schedati tutti i minori in cura con metilfenidato e verranno aperti i centri regionali per la somministrazione del farmaco. Ma non tutti sono d’accordo sull’uso del metilfenidato (Ritalin). Non tutti giudicano l’ADHD una malattia. Ne discutiamo con il dottor Roberto Cestari, presidente del Comitato dei Cittadini per i diritti dell’Uomo.

Si parla molto di ADHD ma ci può spiegare di cosa si tratta?

Attention Deficit Hiperactivity Disorder (ADHD) significa disturbo da deficit di attenzione e iperattività. E’ una sintomatologia che, 15 anni fa, alcuni psichiatri americani hanno trasformato, per alzata di mano, in malattia. Da allora hanno iniziato a diffondere il messaggio secondo il quale qualsiasi bambino con questa sintomatologia ha una malattia vera e propria, una malattia mentale.

E’ così  grave avere in casa un bambino con questa sintomatologia?

Faccio due considerazioni; la prima di carattere storico ed è facilmente percepibile. Guardando la propria storia recente, scolastica e familiare, si comprende come la società occidentale si sia evoluta, da duemila anni a questa parte, senza che nessun bambino abbia avuto queste etichette diagnostiche; e quindi senza l’aiuto di terapie di questo genere. Non mi sembra che in assenza di queste cose siano mancati gli strumenti per consentire il progresso della società. La seconda considerazione è di carattere tecnico scientifico. Noi in medicina distinguiamo molto chiaramente tra una sintomatologia, cioè qualcosa che il paziente lamenta (un disturbo, un comportamento, ecc) e una malattia. Le due cose non sono affatto identificabili.

Ci può fare un esempio? 

Certo. Se un paziente lamenta mal di stomaco la diagnosi non è automaticamente gastrite. Lui ha mal di stomaco ma potrebbe dipendere da un altro organo, per esempio dal pancreas, o addirittura potrebbe avere un infarto. Identificare una manifestazione con una malattia è una sciocchezza. Purtroppo questo tipo di atteggiamento esiste, è diffuso e crea dei problemi.

Non ci sono, quindi, bambini iperattivi?

Che ci sia qualche bambino particolarmente iperattivo o particolarmente disattento è una verità; discutiamo, però, su quanti sono questi bambini; in secondo luogo cerchiamo di capire le cause; se non si segue questo filo logico si curano le manifestazioni eliminando la disamina di tutte le cause possibili.

E che dice dei test?

Porre delle domande del tipo ‘si muove?’, ‘ha difficoltà a giocare quietamente?’, ‘spesso chiacchiera troppo?’, non significa fare una diagnosi ma identificare semplicemente un comportamento. Se l’ADHD è un disturbo biologico e ne hanno le prove, perché non usano queste evidenze biologiche per fare diagnosi? Certo, se si scoprirà che si tratta di una vera malattia tutti saranno concordi nel curarla come tale.

“Siamo certi che tutti questi bambini di otto anni a cui diamo io Ritalin, a 16 anni non lo prendano per loro conto e diventino tossicodipendenti?”: è l’atroce dubbio  che ha sollevato il  professor Cancrini. Qual è il suo parere?

Concordo con il dubbio del professor Cancrini.Quando si insegna ad un bambino che il suo comportamento ‘scorretto’ non dipende da lui ma da qualcos’altro e che per migliorarlo bisogna assumere delle pasticche, svolgiamo un ruolo educativo sbagliato. Insegniamo a dipendere dalle pasticche. In secondo luogo quali sono i risultati raggiunti negli Stati Uniti? E’ presto detto: il numero di bambini tossicodipendenti è aumentato; il livello di attenzione e quindi di istruzione scolastica non è migliorato; il tasso di suicidi tra i bambini è in crescita; la percentuale di violenza nelle scuole è schizzata alle stelle. Allora se questi sono i risultati mi sembra che andiamo incontro al disastro!

Forse c’è in questa ossessiva voglia di calmare i bambini una fuga di responsabilità di genitori e insegnanti?

Nella nostra società abbiamo assistito ad un giusto aumento di alcuni fattori (concetto di libertà, di espressione, assenza di punizioni) al quale ha fatto riscontro un calo disastroso della didattica e dell’educazione scolastica. In più non ci sono i valori di riferimento (la famiglia, il rispetto degli adulti, ecc.) che spingevano il bambino ad autolimitare certi comportamenti. Valori che facevano parte di una società, forse superata, ma che non sono stati rimpiazzati da altri. Emblematico quel cartone animato americano nel quale si rappresenta una moltitudine di bambini che cercano di farsi diagnosticare l’ADHD, perché ne ricevono vantaggi; poi, quando si capisce che è tutto sbagliato, arriva un insegnate che dice di avere un metodo nuovo; un bambino, non contento, si mette ad urlare, l’insegnante gli dà una bacchettata e si dichiara pronto ad utilizzare lo stesso metodo per il nuovo ‘urlatore’. Tutti , improvvisamente, zittiscono. Allora è chiaro che l’ADHD non c’era perché i maestri avevano soluzioni diverse.

Da un lato abbiamo la casa farmaceutica Novartis il cui fatturato è cresciuto, nel 2004, dell’11%, raggiungendo i 4,8 miliardi di dollari e che, nei primi due mesi del 2005, ha aumentato la propria quota di mercato attestandosi al 4,5%; dall’altro i tedeschi, gli americani, gli svizzeri che bombardano con il Ritalin i ragazzi.  Cosa le suggerisce questo accostamento?

Assistiamo ad una fortissima spinta per la medicalizzazione dei comportamenti umani e dei bambini in particolare; non è un caso se, da qualche decennio, la psichiatria ha scoperto che il mercato dei bambini può essere un mercato interessante. Ora laddove ci sono interessi particolarmente alti mettere insieme le due cose, come ha fatto lei, è un percorso logico assolutamente condivisibile. Non può non suscitare, quanto meno, qualche dubbio o qualche perplessità se non addirittura una indicazione specifica. Le case farmaceutiche hanno tutto il diritto di produrre e vendere farmaci ma ritengo che i cittadini abbiano il diritto di non essere imbrogliati da false diagnosi. Chi fa questo non è più uno scienziato, non è più un medico, sta facendo un altro percorso e sarebbe meglio che i cittadini ne fossero a conoscenza.

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categoria:cronaca, le mie interviste, abuso psicofarmaci