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sabato, 29 aprile 2006

In Giovanna Nigris si può condensare tutto ciò che in Italia non funziona: malasanità, mobbing, lentezza delle giustizia, cinismo umano nei confronti di chi è più debole. Oggi, la signora Nigris, ha deciso di affidare il suo caso ad una petizione popolare da inviare al Capo dello Stato.

 

 

A distanza di oltre dieci anni, Giovanna Nigris continua la sua personale battaglia contro il Fatebenefratelli. Sola, contro l’indifferenza generale; sola contro il silenzio dei mass-media. Il suo caso potrebbe, a buon diritto, essere raccontato in uno dei tanti talk show televisivi che riempiono le serate degli italiani. Invece i grandi network e i quotidiani nazionali hanno deciso di spegnere i riflettori sul caso “ Nigris” (Girodivite, numero 175 - edizione del 27.04.2005 ) A nulla, finora, sono servite le denunce presentate in Procura, le istanze inoltrate a rappresentanti politici e istituzionali.

 

La storia

 

Il suo calvario inizia nel 1992 quando, pur essendo una assistente amministrativa, riceve un ordine di servizio per lavorare all’accettazione dei materiali organici (urine, escreati etc.) del Reparto di Anatomia e Istologia Patologica dell’Ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano. “Ho lavorato per tre anni - scrive Giovanna -in ambiente contaminato e senza i mezzi di protezione individuali” previsti dalla legge. “In quel posto - aggiunge - mi è stata contagiata la tubercolosi, che ho dovuto curare per 14 mesi con la complicanza di una diagnosi di pericardite e di reumatismo tubercolare”. Giovanna avvia, quindi, le pratiche per il riconoscimento della causa di servizio alle quali l’amministrazione ospedaliera risponde con una opposizione ‘senza quartiere’ ma, anche, piena di contraddizioni: nel giugno del 1997 dichiara che solo “saltuariamente la signora Nigris riceveva dall’utenza campioni di sostanze organiche da esaminare”; successivamente , dietro richiesta dell’Ospedale militare, il Servizio di Medicina preventiva e occupazionale del Fatebenefratelli scrive che nell’anno 1998 :“gli operatori di quel servizio erano protetti, nei confronti dell’utenza, da schermo di vetro”; una “distorsione della realtà” dichiara Giovannaperché - aggiunge -sono stata contagiata di tubercolosi nell’anno 1994, quando gli schermi di vetro non erano stati ancora installati”. Inizia, così, una guerra fatta di carte bollate e avvocati. Il Tar Lombardia le dà ragione (Sentenze del 14 ottobre 1999 e del 27 novembre 2001), poi si passa al Consiglio di Stato e al processo penale che si chiude con un nulla di fatto per sopraggiunta prescrizione dei reati. Nell’anno 2002 “violenti stress emotivi e il ripresentarsi della pericardite” contribuiscono ad abbassare le difese immunitarie di Giovanna che si sottopone a nuove massicce cure con farmaci chemioterapici (con relative conseguenze) per altri nove mesi.

 

Le richieste di aiuto

 

Oggi, Giovanna Nigris, è costretta a deambulare con l’ausilio della stampella ricordo indelebile di una caduta in servizio che gli procurò la lesione dei menischi; e a convivere con i postumi della tubercolosi e con una neuropatia agli arti inferiori che la costringono a continui cicli di fisoterapie. Ma questo non è sufficiente a spegnere in lei la voglia di lottare. Dal suo sito www.mobbing-sisu.it informa i lettori sugli sviluppi della vicenda che la vedono protagonista, e a tenere alta la speranza in quanti vivono situazioni simili. Ha trovato la forza di sopravvivere “nonostante la violenza sofferta” e le difficili “ condizioni di vita”. Dalle parole di Giovanna traspare, anche, molta tristezza. “Negli ultimi undici anni non ho mai potuto contare su un adeguato supporto familiare e sociale” scrive Giovanna che aggiunge: “ per troppe persone, anche consanguinee, chi è malato e bisognoso di aiuto è soltanto un peso da evitare ed abbandonare”. Ed è così che “per chiedere i miei diritti mi sono imbattuta - aggiunge Giovanna - in una catena interminabile di ingiustizie e falsità”. Le porte continuano ad essere chiuse e nessuno risponde alle richieste di aiuto. “Sono anni -dice- che cerco un aiuto anche dai partiti politici per denunciare la mia situazione” subita sul “posto di lavoro”. “Finora - aggiunge sconsolata - la maggior parte di coloro ai quali mi sono rivolta” hanno girato “la testa dall’altra parte”.

 

Le condizioni di salute

 

I risultati di questo accanimento sono visibili sul corpo di Giovanna: difese immunitarie ridotte al lumicino; problemi cardio-circolatori che richiedono la somministrazione di ossigenoterapia e diuretici; continui scompensi cardiaci; stress legato alle vessazioni e alle violenze morali tipiche di chi è mobizzato. “Ho sempre più vivo - scrive Giovanna - il sospetto che si vuole causare la mia morte”. “Se ciò accadrà -conclude con un filo di rassegnazione - chi mi leggerà non potrà non capire che la mia vita si è fatta spegnere a forza di torture” fisiche e pscicologiche. Nella ennesima denuncia presentata in Procura, nel dicembre dello scorso anno, Giovanna parla “di minacce di morte” in quanto sospettata di essere stata “informatrice della polizia relativamente a certe illegalità” oggetto anche di indagini del “Pool di Mani Pulite”. “C’è chi lavora dietro le quinte, per tentare di stravolgere le sentenze con attestazioni truccate”, dichiara sconsolata Giovanna che decide di lanciare, dalla sua pagina web, una petizione popolare da presentare al Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, e al Procuratore Generale della Repubblica del Tribunale di Milano. “Prima o poi qualcuno- aggiunge - vorrà sentire la mia storia”.

 

 

 Pubblicato su www.girodivite.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: VincenzoGreco alle ore 14:43 | link | commenti
categoria:mobbing, cronaca